sabato, 03 ottobre 2009
Chi è il giovane misterioso che l'infermiera Nadine ha trovato sulla spiaggia e portato all'ospedale psichiatrico in cui lavora? Non parla, non reagisce agli stimoli: l'unico suo modo di comunicare sembra la musica, che suona divinamente al vecchio pianoforte nel giardino d'inverno della clinica. Ed intorno a quelle note s'intrecciano le vite dei suoi compagni di ventura, ne vengono travolte e trasformate, fino al momento in cui il suo “compito” sembra esaurito...
Una storia densa di mistero che la Capriolo sceglie di raccontare con linguaggio raffinato, anche quando a parlare sono personaggi dalle origini più disparate, con un risultato di scarso realismo che fa però pensare ai romanzi d'altri tempi e avvolge la narrazione in un'aurea di universalità: e anche i protagonisti, che spesso sembrano intrappolati in stereotipi, diventano figure o maschere dell'intera umanità. Il libro si rivela così un romanzo corale, una teoria di monologhi e punti di vista: collante di queste voci è il pianista, ed è proprio grazie alla sua mancanza d'identità che su di lui si riflettono vite ed esperienze altrui.
Ma è la musica il vero protagonista, crea inattese connessioni fra i personaggi e si riflette nella struttura del romanzo, quasi una sinfonia di andanti e ritornelli. La sensazione è allora che la storia sia solo un susseguirsi di iniziative fallite: ogni capitolo crea una tensione, la porta all'apice per poi risolverla in un niente di fatto. Una sensazione che accompagna fino alla conclusione, quando la storia sembra chiudersi su se stessa nel punto esatto in cui è iniziata. A ben guardare però la staticità è solo apparente: troppe cose si sono trasformate al tocco musicale del Pianista Muto.
Tratto da un fatto di cronaca, è un romanzo piacevole, nonostante un linguaggio pomposo che a tratti rallenta la lettura, che sa mantenere alta l'attenzione senza mai risolvere del tutto l'aurea di mistero di cui si circonda.
domenica, 07 ottobre 2007
Dicono i mistici, che la parola abbia una funzione magica, evocatrice, ed è propro sulla parola che si gioca il miracolo "Siddharta". Parole che si ripetono costantemente, che tornano su sè stesse piroettando, ripetendo il movimento circolare del Tutto: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto è al tempo stesso presente e assente. E così le parole, che tornano e tornano instancabili cadenzando il moto perpetuo dell'animo umano: ripetizioni che sono in realtà un riproporsi costante delle cose, un suo fluire a onde che vanno e poi ritornano.
Parole, sempre le stesse, apparentemente immobili, che però fanno da sfondo al continuo cambiamento di stato: Siddharta non è mai lo stesso, ma attraversa tutte le condizioni del corpo e dello spirito. Continuo cambiamento perchè queste sono le regole del gioco, perchè non si può rimanere fermi a contrastare la corrente: Siddharta è Brahmiro, è Samana, è viaggiatore errante, è fra gli uomini-bambini, è barcaiolo, è padre, è santo. Attraversa tutte le stagioni in una sola incarnazione - segreto della perfezione -, perchè è necessario "sperimentare personalmente tutto quello che bisogna sapere" per poter dire finalmente "ora lo so: lo so non solo con la mia mente, ma lo so coi miei occhi, col mio cuore, col mio stomaco".
E tutto questo accade accompagnandosi ai cicli spontanei della natura: dai suoi moti è scandito il tempo, dai tramonti e dalle albe e dall'alternarsi delle stagioni, a lei si assomigliano per metafora tutti gli accadimenti degli uomini - al fiume, all'albero, alla pietra, all'uccello -. Perchè è nelle immagini, più che nella narrazione fine a sè stessa, che sta il vero senso del "Siddharta": un sentimento panteistico del Tutto che non si può spiegare o illustrare, ma solo infondere per assonanza, per sensazioni. Un sentimento che bagna di sè ogni pagina, la consuma e la rende trasparente a sè stessa.
Perchè proprio questa sarà la grande conquista di Siddharta, quella che nelle ultime pagine lo porterà a dire "Queste son cose, e le cose si possono amare. Ecco perchè le dottrine non contan nulla per me: non sono nè dure nè molli, non hanno colore, non hanno spigoli, non hanno odori, non hanno sapore, non hanno null'altro che parole. Forse è questo che impedisce di trovar la pace: le troppe parole". Ed allora anche leggere, cercare di carpire il segreto dalle parole, diventa esercizio inutile: non possiamo imparare da Siddharta, come lui non ha potuto imparare dalle predicazioni del Buddha. Possiamo solo guardarlo da lontano, guardare la sua pace, e contemplando sperare che nasca in noi qualcosa di simile.
Ed anche questo star qui, a parlare, raccontare, sviscerare diventa inutile, mortificazione di un libro che è già mortificazione di sè stesso. E allora silenzio, e cominciamo ad ascoltare...
sabato, 08 settembre 2007
Ancora una volta, Coelho sperimenta un nuovo stile, come cercasse una migliore aderenza alla realtà dopo il lattigginoso astrattismo dello "Zahir": se per "Unidici minuti" la via era quella del diario, nella "Strega di Portobello" la scelta cade sulla raccolta di testimonianze. Sul relativismo, sulla varietà di prospettive, perchè la vita è un gioco di specchi in cui ogni riflesso è personale e soggettivo. Senso d'incertezza, questo, acuito dal fatto che non conosceremo mai la prospettiva più autentica di Athena, la vera protagonista, ammesso che il nostro modo di vedere noi stessi non sia anch'esso solo uno dei tanti punti di vista.
E' il cammino di una strega, un percorso individuale che ci guida gradualmente nei misteri delle religioni pagane. E, senza mai che si apra dichiaratemente il conflitto, senza neanche riferimenti espliciti, sgretola gradualmente le nostre certezze quotidiane, gli inganni del tempo, la superficialità di quello che ormai chiamiamo vivere: un vero e proprio percorso d'iniziazione che, come nella miglior tradizione, non dà risposte ma lascia che esse emergano naturalmente dall'inconscio.
Un'aria totalmente diversa si respira invece nella parte finale, quando i ritmi si fanno serrati e le parole che sfiorano l'anima sono sempre più rarefatte: sembra di sentire il tumulto della folla, il vociare dei tabloid, la ritualità che diventa convenzione e perde il suo significato originale. Le pagine non lasciano traccia, quasi fossero completamente bianche, e i messaggi si perdono in banali epigrammi senza sostanza...
E' azzardato, forse, ma potrebbe darsi qui una sottile e magari inconscia ammissione di colpevolezza: che dietro Athena non si celi in realtà lo stesso Coelho? Un Coelho che si è avvicinato allo spiritualismo con le migliori intenzioni, che lo ha amato tanto visceralmente da non resistere all'impulso di condividerlo, ma che poi si sia ritrovato imbrigliato nella rete del sistema divenendo solo facciata e apparenza, oppio del popolo mediatico? Che la trappola di Athena non sia la stessa di Coelho, fino a perdere il legame originale col sacro e scivolare nella più profana comunicazione?
Un fallimento che però nasconde una speranza se, nonostante gli errori e la tentazione di arroganza, quello che rimane alla fine è che il percorso di Athena non è mai stato un inganno. Succede a tutti d'inciampare, di lasciarsi trascinare... anche ad Athena, anche a Coelho: è proprio degli uomini il dubbio e l'incertezza del passo, il perdersi talvolta in sentieri sbagliati, ma questo non incrina certo la sincerità e la devozione con cui si è iniziato un cammino, che può ancora riprendere lì dov'era cominciato.
Ed è forse questa prima esitazione, questa prima ammissione di colpevolezza, a ridare vita al libro: a restituirgli un cuore che batte, e carne e sangue, ed a restituirci quell'emozione e quello stupore che non ci sorprendeva dai tempi di "Veronika decide di morire".
venerdì, 06 aprile 2007
Non è il suo solito stile, una consapevolezza che ci colpisce e stringe lo stomaco fin dalle prime pagine. Del resto, lo scopriremo poi, è una storia vera quella che racconta: per la prima e forse ultima volta, Coelho esce dal suo mondo ovattato e sospeso di spiriti e preghiere - anche in "Veronika decide di morire" c'era l'odore del sangue e della carne, ma aveva un sapore diverso, letto attraverso la lente traslucida del sogno -. Ne esce, dicevo, per attingere direttamente nell'umano, ed anche il linguaggio si fa più autentico e tagliente. Aciutto, secco, scorrevore, è la lingua dei pensieri delle persone pratiche, di chi non ha tempo di fermarsi a guardare la vita.
Ci accompagna nei bassifondi, in istantanee nitide di strade di città, biblioteche, camere d'albergo, e proprio questa autenticità permette a Maria d'identificarsi completamente in noi: prende possesso dei nostri sensi, sentiamo il suo corpo, sentiamo i suoi clienti penetrarci. Maria è una prostituta, una prostituta speciale perchè in lei anche questa parola assume un suono più dolce ed autentico: lei è solo una donna che segue la sua strada, il percorso che si disegna gradualmente davanti a lei come in un viaggio con la nebbia fitta, e non ha paura di mettersi in gioco mai perchè sa che solo così troverà se stessa.
Il percorso è quello tipicamente coelhiano, il percorso mistico e catartico che è sola garanzia di riuscita: attraversare il dolore, sfiorare l'inferno, per spiegare le ali a un nuovo volo. E l'inferno di Maria è un inferno tutto fisico, un inferno della carne che non sporca la mente ma anzi vi riverbera pensieri e suggestioni: più il corpo si carnalizza, torna ai primordi istintuali, più la mente si eleva e diventa consapevole. E' il fuoco purificatore, quell'inferno, ferite che lasciano segni visibili e vanno portate con orgoglio.
Lascia perplessi solamente il finale. Dopo pagine di assoluta corporeità, d'amore e di sesso in cui si sgretola ogni tabù e che penetrano le ossa, ci sentiamo come proiettati nell'ultimo atto di una commedia americana: un finale da sottofondo romantico ed applauso commosso delle ragazzine in platea, un finale che un Richard Gere avrebbe interpretato così bene.
E ci sentiamo come truffati, come se quest'ultima scena bastasse a lavare via ogni odore e quella violenta autenticità che ci aveva trascinati, quasi che qualcuno ci avesse con la violenza imposto di volare, e ci lasciasse improvvisamente cadere su un cuscino di gommapiuma proprio quando cominciavamo a prenderne gusto.
Resta da chiedersi se sia un'eco coelhiana, un guizzo che non può rimanere soffocato, o se non sia l'ultima mossa per colpirci nel profondo. O forse no, nemmeno questo: resta solo da tornare indietro, leggere qualche pagina del diario di Maria, e sentirsi vivi...
domenica, 11 marzo 2007
Questo libro è una perla, un percorso esoterico perfettamente costruito, un disegno tracciato con linea netta e senza sbavature, in cui nulla è lasciato al caso ed ogni cosa è funzionale al tutto. Come nei miracoli di natura, a pensarci!
Partiamo dal primo capitolo, la casa paterna: un capitolo così diverso e distinto dagli altri da lasciare stupefatti. Pagine completamente bianche, anestetizzate, senza la minima reale emozione. Chi conosca anche minimamente Hesse sa che questa non è certo una sua caratteristica: nel bene o nel male, suo obiettivo è emozionare, trasmettere, far vibrare... ma ora è necessario non sapere, non provare, e non perchè Emil Sinclair sia ancora solo un bambino - le emozioni dei bambini, impareremo, per quanto indistinte sono altrettanto autentiche di quelle del saggio -, ma perchè questo è lo stato proprio del dormiente. Lo stato di chi sta per intraprendere il viaggio e non lo sa ancora, lo stato di chi vive la vita senza comprenderne il flusso. E' uno stato naturale, necessario, preparatorio: la totale quiete che precede la tempesta.
Un'altra necessità sono io nomi.
Quella più ovvia è naturalmente il nome di Eva, esplicitamente spiegata dallo stesso narratore e che comunque compare in un momento in cui la nostra consapevolezza è tale che non possiamo non capire: Eva è la madre di tutte le cose, l'origine del bene e del male, il principio e la fine, l'incontro di umano e divino.
Ma anche il nome di Demian, pure solo intuitivamente, non è casuale: Demian ha la stessa radice di "demone" - in tedesco "dämon" -. Nella logica del testo, però, demone non è da intendersi in senso negativo o maligno: demone è anche Abraxas, quando bene e male si fondono in un'unica entità perfetta che contempli le infinite sfaccettature possibili, è l'idea di un Dio non giudicante che assuma in sè l'intero peso dell'umanità.
Perfettamente calcolata è anche l'enigmatica figura di Pistorius: lui è il traghettatore, quello snodo essenziale, lo scatto che mancava. Pistorius è una stanza senza finestre e piena di libri, è la conoscenza che si chiude in sè stessa, perchè ogni percorso esoterico non è fatto di solito spirito e sentire ma ha assoluta necessità di studio e rigido ammaestramento.
Pistorius si associa anche al fuoco, tipico strumento esoterico. Ma "pistor" in latino è anche il mugnaio, il fornaio, colui che proprio col fuoco produce pane: nutrimento fondamentale e di base, pure se necessariamente non sufficiente.
Si potrebbe parlare infinitamente di tutti i piccoli dettagli, ciascuno fondamentale e congeniale al percorso, come il ruolo fondamentale delle porte: passaggi obbligati da varcare per entrare in dimensioni distinte. La porta della casa paterna, così incombente, dove il flusso si ferma in una necessaria incomunicabilità; la porta di Pistorius, dove Emil rimane ancora un istante prima del distacco definitivo e prima ancora la porta della chiesa dove attende muto la sua iniziazione, la porta sognata e poi vissuta della casa di Eva come definitivo ingresso nel grembo degli dei.
Ma concludiamo con l'ultima, improrogabile necessità: l'abbandono di Demian, nel momento in cui si raggiunge la piena consapevolezza. Un abbandono necessario quanto doloro, improvviso come il suo primo incontro, la definitiva rottura dell'uovo perchè l'uccello voli al cielo, il definitivo taglio del cordone ombelicale per una dolorosa nascita...
venerdì, 23 febbraio 2007
Quando Hermann Hesse scrive "Demian" non è lui... o forse è davvero sè stesso, e per esserlo fino infondo ha bisogno di nascondersi dietro la maschera di Emil Sinclair: un personaggio così piccolo e immenso da racchiudere in sè l'intera umanità.
E la indossiamo anche noi, la maschera del giovane Sinclair, come in quei riti iniziatici degli sciamani: essere altro per affrontare se stessi. La indossiamo esitanti nei bianchi corridoi dell'infanzia, la sua, la nostra, nell'aria rarefatta dei banchi di scuola: corriamo fra le bettole, nei parchi inondati di pioggia, negli abissi più profondi della coscienza.
Ed accanto a noi Demian, il suo viso immobile senza età, la sua mente che galoppa veloce verso stelle lontane: cerchiamo la sua mano e lei è lì, in silenzio, buona e calda come un grembo materno. Al punto che non fa paura se l'anima si strazia, sballottata da un angolo all'altro dell'universo, se si scontra inorridita contro i suoi stessi demoni e rimane inerme. Quasi subito l'infanzia è lontana: ogni pagina, ogni parola è un colpo d'accetta sulle nostre vecchie certezze e un passo in bilico sul nuovo. Sono sentenze, se di vita o di morte dipende dai punti di vista, sono scoperte che si accavallano e vanno a creare nuova linfa nelle vene: Caino e Abele, il Ladrone, Abraxas... volti e simboli che s'intrecciano in un avvicinarsi in bilico che prende velocità dalla sua stessa corsa, secondo il tradizionale percorso iniziatico che fa precedere la distruzione alla creazione: bisogna fare il vuoto, terra bruciata per far strada al nuovo.
E Demian rimane lì, silenzioso e loquace, bello come un'immagine dipinta e profondo come il nero della notte. Rimane fino al nulla, al tuono, allo sparviero. E sentiamo che non ci sono alternative, che non possiamo fare sconti, a nessuno: "L'uccello combatte per uscire dall'uovo. L'uovo è il mondo. Chi vuole nascere deve distruggere il mondo. L'uccello vola a dio. Il nome del dio è Abraxas"...
martedì, 30 gennaio 2007
La "Vita Nova" è un'opera complessa, un intreccio astuto di simbologie ed allegorie. Beatrice è la poesia, il nuovo stile, la spinta dell'uomo-arte a superare gli angusti confini dell'umano per arrivare oltre: è il sogno che sarà poi dei romantici, il folle volo pindarico dei musicisti. Beatrice è un simbolo, un'incarnazione di qualcosa d'altro, Beatrice è l'essenza di queste stesse parole... E certamente la "Vita Nova" è un'invenzione, una costruzione, una fantasia costruita intorno e sulla realtà per far sgranare gli occhi e renderla mirabolante.
Ma quale grande storia non lo è? Quale favola non è costruzione? La più reale delle biografie in verità lo è.
E ascoltiamo allora questa favola, la storia di un ragazzino un poco timido perdutamente innamorato della più bella di Firenze: una bimba anche lei, pelle di perle e boccoli d'oro... due personaggi che, a guardarli bene, torneranno secoli più tardi in un diverso racconto autobiografico: "Il giardino dei Finzi-Contini" di Bassani, un'altra storia d'amore pulito e infantile spezzato alle soglie della vita dagli occhi sanguigni della morte. Un altro ragazzino insicuro, un'altra bambina dai boccoli d'oro stroncata prima dei suoi 30 anni...
Ma torniamo a Dante, alla sua timidezza, alla sua grande arte di poeta che trasforma in esperienze mistiche i più teneri attacchi di panico. Anche qui, come in Bassani, o meglio sarebbe dire anche in Bassani come qui, l'arte vince la morte, che dolcemente diventa solo occasione di trasformare questo amore in qualcosa d'altro. Qualcosa di diverso, qualcosa di più.
Leggere la "Vita Nova" senza pretese è leggere un piccolo romanzo di formazione, seguirne il percorso e le trasformazioni, avere un sobbalzo ad ogni colpo di scena quasi dimenticando che per sempre Dante apparterrà solo alla sua Beatrice: è quest'ingenuità che dobbiamo ad ogni costo cercare e stringere fra le mani a ogni pagina, senza conoscere il dopo - perchè quando l'opera fu scritta non esisteva un dopo ed ogni strada era ancora possibile -. E il dopo arriverà improvviso come una luce abbagliante, una soggestione, un miracolo, in quell'ultimo capitolo, quando sorrideremo di quel pazzo proposito di scrivere di lei quello che da nessuno fu mai scritto e di quell'unico, piccolo uomo che è riuscito nell'impresa impossibile: la "Divina Commedia", il dono d'amore più grande che la mente possa immaginare...
domenica, 14 gennaio 2007
E se il Decameron fosse soltanto un libro? Uno dei tanti, a prender polvere fra gli scaffali della libreria, da leggere la sera prima di addormentarsi o in treno andando al lavoro?
Se non fosse, intendo, la grande opera che ci guarda da lontano e non si lascia avvicinare, quella da studiare sui banchi di scuola come una curiosa creatura...
Se il Decameron fosse soltanto un libro, sarebbe come andare alla stazione: quante facce, quante vite s'incrociano lungo un binario! Percorsi paralleli che vivono incuranti l'uno dell'altro, statuine di cartapesta, immaginette che stanno ciascuna per il proprio conto: ed ogni volta, leggendo una novella, accade proprio questo, che le altre storie lette o da leggere ancora non esistono più. Esiste solo quella, viva al momento, e ci assorbe completamente come non dovesse finire mai.
Se il Decameron fosse soltanto un libro, ci accompagnerebbe col suo linguaggio antico e buono, caldo come il fuoco del camino, con le sue espressioni un po' complesse che sembrano costruire con le parole castelli e dorate fortezze. E ci porterebbe fra le pieghe delle debolezze, fra errori e fragilità: forse, se il Decameron fosse soltanto un libro, sarebbe semplicemente la vita. La vita, si, la nostra, come se il tempo non fosse passato mai: chi di noi non ha mai inventato storie per nascondere un maltolto, cercato in mille modi e più di realizzare un desiderio. Siamo davvero, infondo, così diversi?
E poi le donne, magnifiche meravigliose donne...
E' vero, Boccaccio un po' maschilista lo è stato sempre - un po', perchè la furia cieca del Corbaccio, diciamocelo, era solo amarezza e disillusione... solo amore, a modo suo! -, ma è tutta la sua epoca infondo ad esserlo, quando eravamo solo fragili riverberi e bamboline di porcellana.
Ma le donne del Decameron, sono davvero così?
O non somigliano forse a come le mamme ci insegnano con astuzia a dover essere, come le più moderne e spregiudicate ragazze sintetizzate nel fresco modello dell'americano "Sex and the city": donne che ti fanno credere, si, di avere il potere, ma poi decidono tutto loro. Donne che non si perdono mai d'animo, nemmeno quando la sorte - chiamiamo qui sorte, per delicatezza, la perversa ed insaziabile volontà degli uomini - le strattona da un capo al'altro della loro stessa esistenza: quando tutto è perduto, loro che fanno? Si rimboccano le maniche, in silenzio come formiche all'ombra di una mattina d'agosto, e con sottile pazienza tessono da capo le fila delle loro vite e ne fanno un abitino arrangiato per continuare a vivere "orrevolmente", come direbbe il Boccaccio.
E intanto i critici si affollano e si accapigliano coi loro infinti studi, passando ogni parola al microscopio degli scienziati ed al vaglio dei più disparati intellettuali, finché il Decameron diventa strumento e non più libro. Non più parole, emozione, semplice fluire d'immagini. E non è più vivo...
venerdì, 15 dicembre 2006
Coelho non ha mai voluto essere maestro di vita, ed in verità non ha fatto che ripetere negli ultimi tempi di non aver mai voluto insegnare nulla a nessuno, di star raccontando solo il proprio percorso per chi volesse leggerlo.
E pare chiaro, questo, nel suo "Zahir".
Un libro che può cambiarti la vita, come e forse più degli altri: un libro che è come un percorso dentro se stessi che a volte graffia e fa male, e poi lascia l'anima pulita come il primo giorno. Sono piccole frasi da incidere con bella scrittura nel profondo della coscienza, tracce da seguire sulla sabbia.
E, chiudendo il libro, abbiamo imparato davvero tanto: a scordare la nostra storia personale, a seguire i segni che il nostro stesso cammino viene a volte di soppiatto ad indicarci, ad ascoltare noi stessi, ad essere vivi. Ma qualcosa ancora sembra non tornare... Non è la stessa emozione de "Il diavolo e la signorina Prymm", lo stesso senso di smarrimento di "Veronika decide di morire", lo sguardo sbigottito dell' "Alchimista": manca il brivido, la sensazione forte.
Converremo tutti che, delle tre cantiche della "Divina Commedia", il Paradiso è la più noiosa: è quella in cui non succede nulla, in cui non c'è niente da vedere... e "Lo Zahir" è il paradiso di Coelho. Quando lo scrive, è già arrivato al termine del suo percorso e ne tira le fila. Tutto è placido: niente tempeste dell'anima, niente contrasti interiori, niente sentieri sbagliati.
E' un libro, insomma, che, si, cambia la vita: la cambia a chi quelle strade non le ha percorse mai e si stupisce di fronte all'immenso miracolo della vita. Si stupisce a scoprire com'è tutto in qualche modo segnato, come sia facile lasciarsi andare: voltando l'ultima pagina, viene da dire "Ho capito, ora so", e se si crede fermamente anche vivere diventa più facile... ma non rimane altro. Nessuna immagine, nessun volto da scolpire nella coscienza come lo avessimo davvero incontrato, nessuna vita incrociata e spiata fra le righe.
Come andare raminghi per il mondo, come sedersi eremiti sulla cima di una montagna e lasciarsi attraversare: se cercate un libro, un racconto, Coelho questa volta non ha scritto per voi. Se cercate piuttosto un'alternativa via da percorrere, fuori e dentro di sè, e nuovi spunti su cui riflettere - interessante il rapporto fra "visione" ed epilessia, ad esempio, coi suoi esempi illustri -, preparatevi al viaggio più bello del mondo...
venerdì, 01 dicembre 2006
Questo piccolo spazio protetto, nelle sue pretese minime e nel suo sguardo sognante, vuol comunque presentarsi a voi come un servizio pubblico. E con un largo inchino riceve un commento lasciato all'ultimo pezzo pubblicato - "L'ultimo clandestino", di Gianni D'Amico: il giallo non giallo chiuso in un cassetto -, e con immenso piacere risponde.
Riporto qui il testo integrale della richiesta, poi, un passo dopo l'altro, risponderemo:
cara beatadiluna,
ho letto con attenzione i tuoi commenti al libro del tuo amico.
Non mi è molto chiara la tua posizione. Mi spiego:
riusciremo ad amare il libro nonostante il linguaggio a volte troppo colloquiale?
Gli slittamenti che ogni tanto ci fanno perdere, consentono di cogliere il gusto della narrazione?
I capitoli che restano sospesi con bruschi salti ed aumenti di velocità conservano il senso del tutto?
Ed ancora, il linguaggio schietto e lineare quando imbrigliato il formule dogmatiche non tolglie personalità ai personaggi?
Dammi qualche indicazione risolutiva che mi consenta di decidere se scaricare e leggere l'opera.
Grazie.
Algebra
In effetti, ad esser ambiguo e polivalente è il libro stesso, nonché il giudizio arbitrario da dare su di esso, ed infondo non mi dispiace che sia passato attraverso dalla mia scrittura perchè è come aver tratteggiato un ritratto così somigliante da non voler ordinare forzatamente il caos della realtà.
Il libro, certamente, sa farsi amare. Lo fa per la trama fitta ed intrecciata, da non permetterti di lasciarle la mano nemmeno un istante, lo fa per le immagini vivide e vive che s'imprimono come quadri nello sguardo, lo fa per la costruzione di incroci e scorci e transizioni che tengono il fiato sospeso.
Il linguaggio, da canto suo, a tratti certamente raschia un po': una molteplicità di linguaggi, a dire il vero, che se più equilibrati e ordinati sarebbero un monile prezioso per il racconto. Accade, qualche volta, che il tono ci sorprenda, ci spiazzi mostrandosi palesemente in conflitto con l'emozione che in quel momento ci chiede di esser vissuta. Ma sono piccoli incidenti di percorso che, una volta inghiottiti dal libro, riusciamo facilmente a perdonare, e che un occhio forse non critico come il mio nemmeno percepirebbe con tanto vigore.
I salti, gli slittamenti e le brusche interruzioni, invece, sono la magia stessa del libro: sono quelle che ci travolgono e ci trascinano senza annoiarci mai, che ci sorprendono all'improvviso e danno la ferma voglia di andare avanti. Come un teatro di diverse scene: cala in sipario, il buio, si riapre la scena ed è totalmente cambiata. Un diverso percorso da seguire, che impariamo a conoscere ed amare prima di tornare al precedente, e poi di nuovo a questo, e di sfuggita ad altri ancora. Un incrocio di strade in cui nessuna appare maestra, da seguire saltellando di ciottolo in ciottolo sul pelo dell'acqua senza prevedere la direzione futura. Un po' come la vita, se ci pensate: non è mica un susseguirsi lineare ed ininterrotto di storie ed episodi, ma scene che seguiamo in parallelo e che portano ciascuna nella propria direzione facendoci sentire così unici e vitali nella nostra esistenza.
Il mio consiglio, è avvicinarsi senza attese a queste pagine nascoste, e poi magari ritrovarsi qui a parlarne... ricordando poi che non esiste libro che non valga la pena di essere letto, favola che non valga la pena di essere ascoltata, come non esiste vita che non valga la pena di essere vissuta.